Three New Deals:le somiglianze tra i sistemi economici di Roosvelt, Hitler e Mussolini




Di David Boaz


Il 7 Maggio 1933, appena due mesi dopo l’inaugurazione della presidenza di Franklin Delano Roosevelt, Anne O’Hare McCormick, giornalista del New York Times, scrisse che l’atmosfera a Washington «ricorda stranamente quella di Roma nelle prime settimane dopo la marcia delle camicie nere, e di Mosca all’inizio del Piano quinquennale (…) l’America oggi chiede letteralmente istruzioni». L’amministrazione Roosevelt «prevede una federazione dell’industria, del lavoro e del governo dopo la comparsa dello Stato corporativo così come esiste in Italia».


Tale articolo non è citato in 3 New Deal, un affascinante studio dello storico culturale tedesco Wolfgang Schivelbusch, il quale però sottolinea la sua tesi centrale: ci sono somiglianze sorprendenti tra i programmi di Roosevelt, Mussolini e Hitler. Con la nostra conoscenza degli orrori dell’Olocausto e della seconda guerra mondiale, parrebbe quasi impossibile prendere spassionatamente per serie tali considerazione. Ma negli anni ’30, quando tutti convennero che il capitalismo aveva fallito, non è stato difficile trovare temi comuni e di reciproca ammirazione a Washington, Berlino e Roma, per non parlare di Mosca (3 New Deal non si concentra troppo su quest’ultima).



Né è una mera curiosità storica di poca importanza in un’epoca successiva al trionfo della democrazia sul fascismo, sul nazionalsocialismo e sul comunismo. Schivelbusch conclude il suo saggio con l’avvertimento che fece nel 1944 il giornalista liberale classico John T. Flynn: il potere statale si nutre di crisi e di nemici. Da allora siamo stati avvertiti di molte crisi e di molti nemici, e siamo giunti ad accettare uno Stato più potente e più invadente di quanto esisteva prima degli anni ’30.

Schivelbusch trova paralleli nelle idee, nello stile e nei programmi dei differenti regimi, persino nella loro architettura. Il «monumentalismo neoclassico è lo stile architettonico nel quale lo Stato manifesta visivamente potenza e autorità». A Berlino, Mosca e Roma, «il nemico che doveva essere sradicato era l’eredità architettonica del laissez-faire del liberalismo del XIX° secolo, un miscuglio non pianificato di stili e strutture». Negli anni ’30 a Washington furono eretti in abbondanza monumenti neoclassici, anche se con meno distruzioni che nelle capitali europee. Pensate al Man Controlling Trade, scultura di fronte alla Federal Trade Commission, con un uomo muscoloso che trattiene un cavallo enorme. Essi sarebbero stati di casa nell’Italia del Duce.



Schivelbusch sottolinea, «come il confrontare non è equiparare. L’America durante il New Deal di Roosevelt non diventò uno Stato a partito unico, non aveva polizia segreta, la Costituzione rimase in vigore, e non c’erano campi di concentramento, il suo New Deal conservò le istituzioni del sistema liberal-democratico che il nazionalsocialismo abolì». Ma nel corso degli anni ’30 gli intellettuali e i giornalisti notarono «aree di convergenza tra il New Deal, il fascismo e il nazionalsocialismo». Tutti e tre erano visti come il trascendimento del liberalismo classico anglo-francese, dell’individualismo, del libero mercato e del potere decentrato.

Dal 1776 il liberalismo aveva trasformato il mondo occidentale. Come evidenziò un editoriale di The Nation del 1900 prima che lo abbandonasse, il vecchio liberalismo aveva «liberato dalla ingerenza vessatoria dei governi, gli uomini si dedicarono al loro compito naturale, migliorare la loro condizione, con i meravigliosi risultati che ci circondano», industria, trasporti, telefoni e telegrafi, servizi igienici, cibo abbondante, elettricità. Ma l’editorialista era preoccupato che «il suo benessere materiale abbia accecato gli occhi dell’attuale generazione verso la causa che lo ha reso possibile». Morti i vecchi liberali, i giovani liberali cominciarono a chiedersi se il governo non potesse essere una forza positiva, qualcosa da utilizzare anziché limitare.

Nel frattempo anche altri cominciarono a rifiutare il liberalismo. Robert Musil, nel suo romanzo L’uomo senza qualità, ha scritto di quegli anni ’30: «la sfortuna aveva decretato questo (…), l’umore dei tempi si sarebbe allontanato dalle vecchie linee guida del liberalismo che aveva favorito Leo Fischel (i grandi ideali ispiratori di tolleranza, della dignità dell’uomo, e del libero commercio) e la ragione e il progresso nel mondo occidentale si sarebbero spostati verso teorie razziali e slogan di strada».

Il sogno di una società pianificata infettò sia la destra che la sinistra. Ernst Jünger, un influente militarista di destra tedesco riferì la sua reazione sull’Unione Sovietica: «mi sono detto: non hanno nessuna Costituzione ma hanno un piano. Questo può essere una cosa eccellente». Già nel 1912, FDR elogiò il modello prussiano-tedesco: «sono passati oltre la libertà dell’individuo di fare ciò che voleva con la sua proprietà e ritengo necessario verificare questa libertà quale beneficio di libertà dell’intero popolo», disse in un discorso al People’s Forum a Troy nello Stato di New York.

I progressisti americani studiarono nelle università tedesche, Schivelbusch scrive che «sono giunti ad apprezzare la teoria hegeliana di uno Stato forte e il militarismo prussiano come il modo più efficace di organizzare le società moderne che non potevano più essere governate dai principi liberali anarchici». Il filosofo pragmatista William James nel suo influente saggio del 1910 The Moral Equivalent of War, sottolineò l’importanza dell’ordine, della disciplina, e della pianificazione.

Gli intellettuali erano preoccupati per la disuguaglianza, per la povertà della classe operaia, e per la cultura commerciale creata dalla produzione di massa (senza accorgersi della tensione tra l’ultima denuncia e le prime due). Il liberalismo sembrava inadeguato per affrontare tali problemi. Quando la crisi economica che colpì Italia e Germania dopo la prima guerra mondiale, colpì gli Stati Uniti con la Grande Depressione, gli anti-liberali colsero l’occasione sostenendo che il mercato aveva fallito e che era arrivato il tempo per una audace sperimentazione.

Nel 1934, sulla North American Review, lo scrittore progressista Roger Shaw descrisse il New Deal come «mezzi fascisti per ottenere fini liberali». Non fu un’allucinazione. Rexford Tugwell, consigliere di FDR scrisse nel suo diario che Mussolini aveva fatto «molte delle cose che mi sembrano necessarie». Lorena Hickok, una stretta confidente di Eleanor Roosevelt che ha vissuto alla Casa Bianca, scrisse dell’approvazione confidatale da una funzionaria locale la quale le aveva detto: «se [il presidente] Roosevelt fosse in effetti un dittatore, potremmo arrivare da qualche parte». Aggiunse che se fosse stata più giovane, le sarebbe piaciuto guidare «il movimento fascista negli Stati Uniti». La National Recovery Administration (Nra), l’agenzia di cartello cuore del primo New Deal, in un rapporto dichiarò senza mezzi termini: «i principi fascisti sono molto simili a quelli che stiamo sviluppando qui in America».

Roosevelt definì Mussolini «ammirabile» e professò che era «profondamente colpito da ciò che ha compiuto». L’ammirazione era reciproca. In una recensione elogiativa di Roosevelt, nel libro Looking Forward del 1933, Mussolini scrisse: «rammentante il fascismo è il principio che lo Stato non lascia più l’economia a se stessa. (…) Senza dubbio, lo stato d’animo che accompagna questo cambiamento epocale è simile a quello del fascismo». Il principale giornale nazista, Volkischer Beobachter, ripetutamente elogiò «l’adozione di Roosevelt di frammenti di pensiero nazionalsocialista nelle sue politiche economiche e sociali» e «lo sviluppo verso uno Stato autoritario» basato sulla «domanda che il bene collettivo fosse anteposto all’interesse personale dell’individuo».

A Roma, Berlino e a Washington DC, c’era un’affinità per metafore e strutture militari. Fascisti, socialisti nazionalisti, e sostenitori del New Deal erano stati tutti giovani durante la prima guerra mondiale, e hanno guardato indietro con nostalgia alle esperienze della pianificazione in tempo di guerra. Nel suo primo discorso inaugurale, Roosevelt richiamò la nazione: «se vogliamo andare avanti, dobbiamo muoverci come un esercito addestrato e leale disposto a sacrificarsi per il bene di una disciplina comune. Noi siamo, lo so, pronti e disposti a presentare le nostre vite e proprietà a tale disciplina, perché rende possibile una leadership che mira a un bene più grande. Assumo senza esitazione la leadership di questo grande esercito (…) pregherò il Congresso per quello strumento rimanente per fronteggiare la crisi: un elevato potere esecutivo per condurre una guerra contro l’emergenza, un grande potere da dare a me come se fossimo invasi da un nemico straniero».

Quello era un nuovo tono per un presidente della repubblica americana. Schivelbusch sostiene che «Hitler e Roosevelt erano entrambi leader carismatici che hanno tenuto le masse sotto la loro influenza, senza questo tipo di leadership né il nazionalsocialismo né il New Deal sarebbero stati possibili». Questo stile plebiscitario stabilì un collegamento diretto tra il leader e le masse. Schivelbusch sostiene che i dittatori degli anni ’30 differivano dai «despoti di vecchio stile, la cui regola era in gran parte basata sulla forza coercitiva delle loro guardie pretoriane». I raduni di massa, i discorsi radiofonici al caminetto, e nel nostro tempo la televisione, possono portare il regolatore direttamente alle persone in un modo che non è mai stato possibile in precedenza.

A tal fine, tutti i nuovi regimi degli anni ’30 intrapresero sforzi di propaganda senza precedenti. Scrive Schivelbusch, «la propaganda è il mezzo con cui la leadership carismatica, aggirando le istituzioni sociali e politiche intermedie come i parlamenti, i partiti e i gruppi d’interesse, guadagna presa diretta sulle masse». La campagna Blue Eagle della Nra (in cui alle imprese che avessero rispettato il codice dell’agenzia sarebbe stato permesso di porre un simbolo la ‘Blue Eagle’) fu un modo per radunare le masse e chiedere a tutti di visualizzare un simbolo visibile di sostegno. Il capo della Nra, Hugh Johnson, espresse il suo scopo chiaramente: «coloro i quali non sono con noi sono contro di noi».

Gli studiosi ancora studiano quella propaganda. All’inizio del 2007, un museo di Berlino ha allestito una mostra dal titolo ‘Arte e Propaganda: Lo scontro delle Nazioni. 1930-1945′. Secondo il critico David D’Arcy, essa mostra come i governi italiano, sovietico, americano e tedesco «finanziarono l’arte e come la costruzione dell’immagine sia servita per la costruzione della nazione quale suo esito più estremo. (….) I quattro Paesi radunarono i loro cittadini con le immagini di rinascita e rigenerazione».

Un poster americano di un martello da fabbro portava lo slogan ‘Work to Keep Free’ (‘il lavoro mantiene liberi’, n.d.t.), che D’Arcy ha trovato «essere prossimo in maniera agghiacciante ad ‘Arbeit Macht Frei’ (‘il lavoro rende liberi’, n.d.t.), la scritta che salutava i prigionieri ad Auschwitz». Allo stesso modo, una riedizione di un classico documentario sul New Deal, The River (1938), ha spinto il critico Philip Kennicott del Washington Post a scrivere, «guardando 70 anni dopo su un Dvd Naxos risulta un po’ inquietante (…). Ci sono momenti, in particolare quello sui trattori (il grande oggetto feticcio dei propagandisti del XX° secolo), dove si è certi che questo film sarebbe potuto essere stato realizzato in uno degli stabilimenti cinematografici politici degli Stati totalitari d’Europa».

Programma e propaganda sono fusi nelle opere pubbliche di tutti e tre i sistemi. La Tennessee Valley Authority, le autostrade tedesche e la bonifica delle paludi pontine fuori Roma furono tutti progetti-vetrina, un altro aspetto dell’”architettura del potere” quale visualizzazione del vigore e della vitalità del regime.

Sicché ci si potrebbe chiedere, ‘dov’è Stalin in questa analisi? Perché questo libro non è stato intitolato ’4 New Deal’?’ Schivelbusch parla di Mosca molte volte, così come fece McCormick nel suo pezzo sul New York Times. Ma Stalin prese il potere all’interno di un sistema già totalitario, fu il vincitore in un colpo di Stato. Hitler, Mussolini e Roosevelt, ciascuno in modo diverso, salirono al potere come leader forti in un processo politico. Hanno quindi condiviso la “leadership carismatica” che Schivelbusch trova così importante.

Schivelbusch non è il primo ad aver notato queste somiglianze. B. C. Forbes, il fondatore della rivista omonima, denunciò «il fascismo rampante» nel 1933. Nel 1935 l’ex presidente Herbert Hoover usò frasi come «irregimentazione fascista» per commentare il New Deal. Un decennio più tardi, scrisse nelle sue memorie che «il New Deal ha introdotto presso gli americani lo spettacolo della dittatura fascista sulle imprese, sul lavoro e nell’agricoltura», e che misure come l’Agricultural Adjustment Act, «nelle loro conseguenze di controllo dei prodotti e dei mercati istituisce un parallelo inquietante americanizzato con il regime agricolo di Mussolini e Hitler».

Nel 1944, in Verso la schiavitù, l’economista F. A. Hayek denunciò come la pianificazione economica possa portare al totalitarismo. Ha ammonito americani e britannici a non pensare che ci fosse qualcosa di unico e di malvagio nell’anima tedesca. Il nazionalsocialismo ha attinto da idee collettiviste che avevano permeato il mondo occidentale da una o più generazione.

Nel 1973, uno degli storici americani più illustri, John A. Garraty della Columbia University, creò scalpore con il suo articolo The New Deal, National Socialism, and the Great Depression. Garraty era un ammiratore di Roosevelt ma non poteva fare a meno di notare, per esempio, il parallelismo tra il Civilian Conservation Corps e i programmi similari in Germania. Entrambi, ha scritto, «furono essenzialmente progettati per tenere i giovani fuori dal mercato del lavoro. Roosevelt ha descritto i campi di lavoro come un mezzo per tenere i giovani ‘fuori dagli angoli delle strade della città’, Hitler come un modo di evitare ‘il loro marcire impotenti per le strade’. In entrambi i Paesi molto è stato fatto nei campi, quali risultati sociali benefici di miscelazione di migliaia di giovani provenienti da diversi percorsi di vita. Inoltre, entrambi furono organizzati su linee semi-militari con finalità sussidiarie per migliorare la forma fisica dei potenziali soldati e stimolarne l’impegno pubblico a servizio della nazione in caso di emergenza».

Nel 1976, il candidato presidenziale Ronald Reagan sostenne davanti ai giornalisti, malgrado le ire del senatore Democratico del Massachusetts Edward Kennedy, dello storico filo-rooseveltiano Arthur M. Schlesinger Jr., e del The New York Times, che «il fascismo fu davvero la base del New Deal». Ma Schivelbusch ha esplorato questi collegamenti in maggiore dettaglio e con più distanza storica.

Con la memoria vivente sul nazionalsocialismo e sull’Olocausto che si allontana, gli studiosi (soprattutto in Germania) stanno cominciando gradualmente ad applicare la normale scienza politica ai movimenti e agli eventi degli anni ’30. Schivelbusch esagera di tanto in tanto, come quando scrive che Roosevelt una volta chiamò Stalin e Mussolini suoi «fratelli di sangue» (in realtà sembra chiaro da The Age of Roosevelt di Arthur Schlesinger, fonte citata da Schivelbusch, che FDR stesse affermando che il comunismo e il fascismo erano fratelli di sangue tra loro e non con lui) ma nel complesso, questo è un formidabile manuale di studio.

Confrontare non è equiparare, come dice Schivelbusch. E’ allarmante notare le analogie reali tra questi sistemi, ma è ancora più importante ricordare che gli Stati Uniti non caddero nella dittatura. Roosevelt manipolò la Costituzione fino a renderla irriconoscibile, aveva un gusto per la pianificazione e la potenza fino ad allora sconosciuta alla Casa Bianca. Ma non fu un delinquente omicida. Nonostante una popolazione che «letteralmente attendeva ordini», come McCormick scrisse, le istituzioni americane non crollarono.

La Corte Suprema dichiarò incostituzionali alcune misure del New Deal. Alcuni imprenditori resistettero ad esso. Gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, alcuni dei quali collocati nel movimento libertario, si scagliarono contro Roosevelt. I politici Repubblicani mirarono a contrastare sia il flusso di potere verso Washington che il passaggio di poteri all’esecutivo.

La Germania aveva un parlamento, partiti politici ed imprenditori, eppure crollò di fronte al movimento di Hitler. C’era qualcosa di diverso negli Stati Uniti. Forse era il fatto che il Paese fosse costituito da persone che avevano lasciato i despoti del Vecchio Mondo per trovare la libertà nel Nuovo, e che poi effettuarono una rivoluzione libertaria. Gli americani tendono a pensare a sé stessi come individui con uguali diritti ed uguali libertà. Una nazione la cui ideologia fondamentale è, per usare le parole del recentemente scomparso sociologo Seymour Martin Lipset, «l’antistatalismo, il laissez-faire, l’individualismo, il populismo e l’egualitarismo» sarà molto più resistente alle ideologie illiberali.

FONTE:http://www.cato.org/publications/commentary/hitler-mussolini-roosevelt

Traduzione di Luca Fusari

http://www.miglioverde.eu/boaz-parallelismi-3-new-deal-schivelbusch-roosevelt-mussolini-hitler-stati-uniti-italia-germania/

VISTO SU https://forum.termometropolitico.it/634273-i-tre-new-deal-di-roosevelt-mussolini-e-hitler.html
Three New Deals:le somiglianze tra i sistemi economici di Roosvelt, Hitler e Mussolini Three New Deals:le somiglianze tra i sistemi economici di Roosvelt, Hitler e Mussolini Reviewed by Informazione Consapevole on giugno 02, 2015 Rating: 5

Nessun commento