Secondo il fondatore dell’istituto per gli studi sull’Olocausto a Washington Roosvelt “era ostile agli ebrei” e “non volle salvarli da Hitler”

ott 15, 2015 0 comments
Guarda la versione ingrandita di Rafael Medoff:

http://www.blitzquotidiano.it/libri/roosevelt-ostile-ebrei-libro-accusa-non-salvarli-hitler-1560542/

Franklin Delano Roosevelt voleva “sparpagliare” gli ebrei. Non sterminarli, come Adolf Hitler, ma “distribuirli geograficamente”. Un libro, FDR and the Holocaust: A Breach of Faith, scritto dal fondatore dell’istituto per gli studi sull’Olocausto a Washington, Rafael Medoff, accusa il presidente americano – che col suo New Deal e la guerra al nazifascismo traghettò gli Usa dalla recessione al ruolo di potenza mondiale – di un neanche tanto velato antisemitismo e di aver chiuso un occhio sui lager e le “soluzioni finali” progettate dai nazisti.





 Insomma: poteva bombardare Auschwitz e non lo fece. Affermazione pesante che viene confortata più da indizi che da prove. Uno di questi è una sua conversazione con il premier britannico Winston Churchill, sopravvissuta nei taccuini del vicepresidente Henry Wallace. Siamo nel maggio del 1943, un anno prima del D-Day. Roosevelt spiega come dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale voglia risolvere la questione ebraica: seguendo le indicazioni del geografo Isaiah Bowman, che sosteneva che “gli ebrei devono essere distribuiti geograficamente” fra nazioni e città, per evitare “fastidiose” densità. La misura considerata “tollerabile” da Bowman era di “4 o 5 famiglie per quartiere”. Bisognava, quindi “rendere più sottile la presenza ebraica”. Secondo Medoff Roosevelt mise in pratica le teorie che aveva esposto a Churchill: durante la guerra limitò il più possibile l’arrivo di ebrei dalla Germania, con la scusa che fra di loro potessero nascondersi delle spie. C’era un tetto, una quota di 26 mila persone all’anno, ma durante il conflitto mondiale vennero accettati negli Usa una media di 6-7.000 ebrei all’anno. Le conclusioni di Medoff sono che Roosevelt, solo applicando la legge in vigore, avrebbe potuto salvare altri 190 mila ebrei. Sulla questione dei rifugiati, in altri documenti si nota un presidente infastidito per i “piagnistei ebraici” Non lo fece perché – tesi del libro – non era certo un amico del popolo ebraico, anzi si sarebbe vantato di “non avere sangue ebraico nelle vene”. La sua ossessione era la quota: superato un certo rapporto fra ebrei e non ebrei non potevano che sorgere problemi, secondo il Roosevelt raccontato da Medoff. Un criterio valido per i quartieri come per i mestieri: “Un eccesso di presenza (ebraica, ndr) nelle professioni” avrebbe comportato la possibilità di “esercitare un’influenza immeritata”. Altri indizi: nel 1923 Roosevelt era nel consiglio di Harvard. Sostenendo che ci fossero troppi studenti ebrei riuscì a ridurne la quota che la prestigiosa Università poteva accettare ogni anno. Nel 1938, in un’altra conversazione, questa volta privata, attribuisce la causa dell’antisemitismo in Polonia al “dominio dell’economia da parte degli ebrei”. Nel 1941 durante un consiglio dei ministri fa sapere a tutti che trova eccessiva la percentuale degli ebrei fra i dipendenti federali in Oregon. Nel 1943 alle truppe alleate che stanno liberando il Nordafrica raccomanda che “il numero di ebrei nelle professioni debba essere limitato per eliminare le comprensibili ragioni di lamentela che i tedeschi hanno maturato verso gli ebrei in Germania”.

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